lunedì 3 ottobre 2016

Amore

-Amore?-

-...-

-Amore?-

-...-

-Amore, posso cantarti una canzone?-

-...-

-Posso?-

-.........sì-

-Toooodis! Buongiorno convenieenzaa-

-...-

venerdì 23 ottobre 2015

Iscrivermi a Giurisprudenza mi ha privato dell'anima, ma è stata la miglior scelta della mia vita

Eccomi qui, dopo quasi un anno di inattività, per scrivervi di nuovo da uomo nuovo; rinato.
Se vi ricordate di me come un noioso, petulante, snob, ragazzino che crede di sapere tutto: beh, non è cambiato assolutamente nulla. Ho semplicemente perso la mia vena artistica, o meglio, quella che ritenevo di avere sin dalla mia primissima adolescenza. Credo siano molti i ragazzini che credono di essere degli artisti, è un po' come quella storia che tutti sono comunisti a 15 anni ma poi a 30 votano a destra, solo che questa è vera.
Giurisprudenza ha il potere di spazzare via ogni forma di interesse per qualsiasi cosa non sia eminentemente pratica e stupida, un po' come Football Manager spazza via qualsiasi alito di vitalità e di interesse per il mondo esterno o l'amore distrugge ogni forma di dignità personale (cuoricino, ti giuro che scherzo). Se non ci credete iscrivetevici. Vi renderete conto di quanto è bello risolvere problemi da poco, impiegando svariati anni, applicando i ragionamenti più astrusi, basati su norme dettate alla cazzo di cane. Praticamente, se siete bravi, siete in grado di prendere un paio di parole che non significano niente di particolare e trasformarle in qualsiasi cosa vogliate.
Per esempio, pensate al fatto che, preliminarmente, è irrilevante che abbiate un problema: dovete individuare il giudice corretto, e convincerlo che è proprio lui il giudice precostituito dalla legge; se non lo fate potrebbe benissimo accadere che i dieci anni successivi trascorrano placidamente nell'attesa che tutti i giudici dell'ordinamento si mettano d'accordo su chi è che deve decidere sta cazzo di questione.
Ed è bellissimo, perchè probabilmente un giorno qualcuno vi pagherà per scrivere dei fogli pieni di questa robaccia, e voi ne godrete, perché non c'è niente di più bello di avere ragione, una volta per tutte, in maniera perentoria: il modo in cui voi avete interpretato quella riga è quello giusto, siete senza ombra di dubbio i migliori essere umani che abbiano mai abitato questo pianeta. Mentre godete, ripensate che se foste rimasti convinti di sfondare come cantanti o, come nel mio caso, scrittori, probabilmente avreste vissuto il blocco creativo più grande della vostra vita e sareste finiti a fare i commessi al Conad o gli insegnanti di Lettere al liceo.

Mi rendo perfettamente conto di aver riempito 30 righe senza avere ancora detto nulla, la vera questione è che io ho odiato Giurisprudenza con tutto il mio cuore per 4 lunghi anni. Io l'ho scelta, nessuno me l'ha imposta. Ho vissuto il mio incubo mentre i miei colleghi sognavano di svegliarsi magistrato. Loro erano i tipi dritti, io quello che avrebbe fatto la fine dell'artista pur avendo rinnegato la mia appartenenza a quel mondo. Odiavo un po' anche me stesso, perché non avevo altra scelta che impegnarmi per quel che riuscivo, e vi assicuro che passare ore a fare una cosa che detesti non è molto diverso dal carcere. Diciamo che ho studiato un quarto di quanto avrei dovuto, ma è stato anche troppo, davvero.
Poi, di colpo, BUM. Mi sono innamorato. Ad un anno dalla laurea, quando ormai sono quasi fuori, quando è ormai impossibile rattoppare tutti i buchi che ho lasciato nel mio bagaglio culturale. Ma ho un sacco di voglia, un sacco di entusiasmo. Voglio recuperare, voglio fare del bene, è questa l'unica cosa che conta.
Quando avevo ancora un'anima volevo raccontare i mali di questo mondo, volevo scrivere dei libri che avrebbero cambiato il modo di vedere delle persone e le avrebbero fatte sollevare contro tutte le brutture e le ingiustizie, avremmo fatto la rivoluzione. Adesso l'anima non ce l'ho più, non credo di poter cambiare il mondo, né mi importa indignare il mio prossimo al solo fine di sentirmi nel giusto. Non penso neanche che esista il giusto, né che si possa ragionare in termini di noi e loro. Credo fermamente che tutto ciò che si determina nella realtà esuli da qualsiasi cosa scritta su un pezzo di carta, quello sì: -Signor Presidente, guardi che questo è incostituzionale, non può farlo!- è una frase che solo il più impenitente credulone può pronunciare.

Però, finché nessuno ha abbastanza forza da rovesciare la legge, quella regge. E se è fatta bene, rende più difficile guadagnare forza. Ed è questo l'unica cosa che uno come me può fare in questo mondo, prendere un insensato pezzo di carta, e trasformarlo per un attimo in qualcosa di bello. Fosse anche un bel bonifico sul proprio conto corrente.

venerdì 6 febbraio 2015

Il sogno eretico: Caparezza è tutto qui

È passato quasi un anno dalla mia recensione di Museica, il sesto album di Caparezza. In sostanza, la mia opinione è che il rapper di Molfetta, mio idolo incontrastato da più dieci anni, col passare del tempo sia enormemente migliorato dal punto di vista musicale. Ai tempi di Verità Supposte cantava (più che altro parlava) maluccio su basi poco curate e uguali per tutta la canzone; la differenza si nota soprattutto con l'ultimo album, Museica, in cui il Capa canta spesso e bene, e la musica è ben mixata, ricercata, e si passa da uno stile all'altro con gioia e naturalezza.
Fine dei pregi del nuovo Rezza? L'anno scorso pensavo di sì, gli ultimi album sono molto distanti dal magnum opus, da quell'Habemus Capa che è stato subito sentenza definitiva: Michele Salvemini è il miglior rapper d'Italia (e forse anche del mondo, cazzo). Oggi sono diverso, più equilibrato (vedi fine post, se non vuoi leggere tutta la pappardella).
Ed eccoci: ho deciso di recensire il quinto album di Caparezza, Il Sogno Eretico. Un po' perché ve l'avevo promesso (chissenefrega direte voi), un po' perché, nonostante qui Capa non abbia ancora indossato le vesti di Messia, è questo l'album della svolta.

Bando ai convenevoli:

Nessun dorma/Tutti dormano: Brani introduttivi al primo singolo. L'autore si auspica un risveglio delle coscienze, ma è profondamente consapevole che il suo è solo un sogno (eretico?). Molto carino il teatrino successivo, con il cabarettista Capa a far satira sul mondo della musica. 

Chi se ne frega della musica: Bellissimi concetti, musica snervante. Un po' come "Torna Catalessi", ma la critica è concentrata sul mondo digitale e della musica.  

Il dito medio di Galileo: Nonostante la totale assenza dei giochi di parole che ci piacciono tanto, il collegamento tra Galileo, il suo dito medio (che, casualità, è l'unica parte del suo corpo sopravvissuta nei secoli) e l'invettiva contro i dogmi è qualcosa di riuscitissimo. È un invito a sdoganarsi dalle credenze comuni, anche in maniera violenta, se necessario ("nessuno sarà più chiamato babbeo se lo infilerà nei pressi del perineo"). Applausi a scena aperta per Caparezza, se non fosse per la musica orrenda.

Sono il tuo sogno eretico: Questa è veramente bella. Musica incredibilmente coinvolgente, personaggi scelti in maniera magistrale: Giovanna d'arco (sono una donna e sono una santa, sono una santa donna e basta! Sono stata una casta vincente prima che fosse vincente la casta.), Savonarola (qua è sicuro che non me la cavo, mi mettono a fuoco non come la Canon), Giordano Bruno (mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome fui posto in posti bui, mica arredati col feng shui). Il ritornello è una fusione di immediatezza e significato: "Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito; mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico".
Bravo Michele.

Cose che non capisco: Problemi, incoerenze, la TV che, piuttosto che fare cultura, mira all'autoconservazione e alla massimizzazione dei profitti. Il pezzo più rap dell'album, un bel lavoro, rovinato da un ritornello gracchiante. Capa ha la voce acuta e non è mai stato a lezione di canto, ok, ma neanche le parole sono granchè: "tu ti fai troppi problemi Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più". Mi verrebbe una rima che non scrivo per decenza.

Goodbye Malinconia: Sono monotono se dico che la prima cosa che noto è un ritornello indegno con un Tony Hadley che non c'entra niente? Mi vedo costretto a fondare un'ONLUS per l'eliminazione dei ritornelli che fanno cagare. Il tema, più che banale, è troppo generico: la crisi economica, politica e morale del Belpaese; similitudini e riferimenti apprezzabili (da Beethoven a Cicciolina), anche se io amo le frasi attorcigliate e ricche di orpelli che Capa forse non vuole più fare.

La marchetta di Popolino: Qui si critica la frangia più arretrata del popolo italiano: le persone che vanno fiere della propria ignoranza, che sottolineano le malefatte altrui senza guardare in casa propria, caratterizzate da una predisposizione alla violenza, fisica e verbale. Dal posteggiatore abusivo, a quello che facciamo passare davanti in fila alla posta perché non vogliamo scocciature. Il problema è proprio l'onnicomprensività: io posso essere d'accordo sul prendere di mira le persone rozze e violente, ma questa canzone è un atto d'accusa al popolino nella sua interezza, compresi i ragazzini (maleducati, sì, ma le colpe non sono loro) e coloro a cui magari piacerebbe essere diversi, ma semplicemente non hanno nè la consapevolezza, nè i mezzi per farlo. Quasi tutti gli italiani sono figli o nipoti del popolino (non tutti della frangià più estrema, per fortuna) e avrei preferito che a un certo punto della canzone fosse inserito un desiderio di riscattare questa parte della popolazione, spesso e volentieri ignorata, piuttosto che continuare la mitragliata sulla Croce Rossa.

La fine di Gaia: Non sentivamo il bisogno di essere rassicurasti sul fatto che quella della fine del mondo nel 2012 fosse una bufala. Canzone orecchiabilissima ma insulsa, tutte le grandi verità di cui si fa portatrice sono raggiungibili, con tre secondi di ragionamento, da una persona il cui QI raggiunga le 2 cifre.

House credibility: Musica FENOMENALE. Bellissimo il contrasto tra voce singola e parte corale, con la fine di ogni periodo caratterizzata da ritmo e intonazione diversi. Veramente musica, in un album che mi ha deluso musicalmente in molti dei suoi brani. Originale pure il tema: le nostre case non sono sicure come crediamo. C'è anche un gioco di parole con la street credibility, concetto fashion per rapper fighette.

Kevin Spacey: Dato che la gente lo critica senza un motivo (e in Museica ci fa capire, pure troppo, quanto la cosa lo infastidisca), Caparezza, dà loro quello che vogliono: rivela i finali di tutti i film più famosi. "Avete un motivo, avete un motivo!"

Legalize the Premier: Se "Gli insetti del podere" e "Ninna nanna di Mazzarò" non fossero bastate, ecco il terzo capitolo in salsa reggae. Mentre nelle prime due l'obiettivo delle critiche poteva pure essere confuso, e il divertimento era cercare di capire chi fosse e allargare il campo anche ad altri soggetti colpiti dalla stessa ironia, qui è tutto chiaro. Silvio Berlusconi è il principale obiettivo (troppi troppi riferimenti per mancarlo) anche se si sottolinea il rischio che, come lui, possano fare altri in futuro. Musicalmente molto riuscita, si apprezza anche il gioco tra la musica reggae da un lato, e l'obiettivo della legalizzazione: tutt'altro che quello solitamente veicolato con tale mezzo.

Messa in moto: "Per una volta la preghiera ve la faccio io, che sono il vero Padreterno, mica faccio dio. Basta con queste lagne: sono uno stridio che logora le coconuts più di Kid Creole" Geniale capovolgimento: Dio si annoia a morte, si sente addirittura torturato dai piagnistei e dalle suppliche di fedeli superficiali e caratterizzati da un estremo cattivo gusto (il crocifisso, seppure non citato, viene in mente). Dio vuole divertirsi e scappa in moto, visita luoghi impensabili e cerca di dimenticarsi la sua eterna esistenza da depressione. Avrei da citare l'intero testo per mostrare il mio entusiasmo, per cui andatela a sentire!

Non siete stato voi: Ipse dixit: questa non è una canzone di Caparezza. È tutto quello che ho da dire.

La ghigliottina: In questo energico brano, Capa chiede a Danton (ma il brano si ispira a tutte le rivoluzioni, non solo a quella francese) come si faccia una rivoluzione. Nel mondo di oggi, dice, i problemi del popolo rimangono inascoltati, mentre tutti si atteggiano a rivoluzionari. Ci sarebbe da perderci la testa (da qui il titolo), ma non bisogna darsi per vinti. Bisogna fare una rivoluzione, pacifica, ma decisa!
Anche la musica sottolinea la forza con cui si chiede un cambiamento. Dà i brividi e ti porta a urlare a squarciagola dopo due secondi netti dall'inizio.  

Ti sorrido mentre affogo: Finalmente giochi di parole e ironia. Almeno così si potrebbe credere, invece se la prende coi critici e con chi spara sentenze. È molto, molto arrabbiato. L'atmosfera della canzone è gioiosa, ci sono battute da scompisciarsi, ma quel "Ti sorrido mentre affogo" è lì, la manifestazione che Caparezza non si piegherà mai a come lo vogliono gli altri (compreso me, uno dei colpiti da questa canzone).

L'ottavo, capitolo: Musica ritmata, rime fantastiche, giochi di parole da applausi. È un brano bonus e Capa si prende il lusso di dire la sua sinceramente, ma con grande ironia: "Caparezza non cambiare posizione! Chi? Quando? Cosa? Come? Me lo ricordo proferiva il mio nome, mo' me lo ritrovo a preferire il mio clone!". È il manifesto di quello che poi sarà Museica, totale atto di libertà di un cantante che si è stufato di essere quello che gli altri vogliono, ma che vuole seguire la sua strada.

E così ha fatto e continuerà a fare senza che io possa dire nulla. Anzi, apprezzo molto questo suo desiderio di spontaneità: perché sebbene il mio gusto mi porterebbe a chiedergli di fare un passo indietro, la carriera è sua; il corpo, la voce, i pensieri sono i suoi. Ed è stato un me adolescente ed egoista che lo ha biasimato per questo suo cambio di rotta. Sarebbe stucchevole trattare sempre gli stessi temi, ed è giusto che Capa compia la sua maturazione che lo consacrerà come uno degli artisti migliori della storia musicale italiana. Però "Figli d'arte" no, Capa. "Figli d'arte" proprio no.

martedì 11 novembre 2014

Le zoccole

L'uomo e la donna moderni ce l'hanno con le zoccole.
Anche l'uomo e la donna antichi ce l'avevano con le zoccole; anche se quello delle zoccole, grazie alla religione, era un fenomeno molto meno diffuso. 
Ovviamente con questo termine non intendo designare le poverette costrette a prostituirsi ai cigli delle strade, né le fortunate che lo fanno in un appartamento per tanti soldi, e neanche i topi di fogna; mi interessa piuttosto analizzare il fenomeno "donna che fa del proprio corpo tutto ciò che vuole anche se la cosa tira un cazzotto nello stomaco a tutti gli altri appartenenti alla comunità sociale".
Io lo trovo un argomento molto interessante perché tale figura causa una grave frizione ideologica tra il mio essere una persona che pensa e il mio essere profondamente siciliano. Mi spiego meglio: nel mio patrimonio genetico ci sono la gelosia, l'ossessività, il forte desiderio di scopare con ogni singola donna che incontro ma di sposarne una che si chieda cos'è quel coso che ho in mezzo alle gambe alla prima notte di nozze, e tanti altri brutti sentimenti. E immagino che nella maggior parte degli uomini antichi e moderni fossero presenti le medesime pulsioni, non c'è nulla di più normale: l'uomo deve spargere il suo seme il più possibile, la donna deve stare a casa a badare ai bambini e a grattarsi le corna; si chiama biologia. Le stesse donne, ebbre di maschilismo che per millenni è stato loro inculcato, si scagliano contro queste figure mitologiche, chiamate anche troie, puttane, donne di facili costumi, e in tanti altri modi che mi serve scrivere per far trovare il post su google, accusandole di fare quello che tutti vorremmo fare, ma che non facciamo perché sappiamo che questo mondo si regge (a stento) sull'illusione di essere unici e insostituibili. In realtà non dicono esattamente così, ma facciamo finta che siano oneste intellettualmente.
Qualche volta però l'uomo che è in me si fa da parte e lascia posto all'essere etereo che divento quando penso a qualcosa che non mi riguardi personalmente. E a questo essere celestiale e pacifico vengono delle domande cui il Siciliano non sa rispondere: perché gli uomini possono seguire i loro istinti primordiali e le donne no? Perché pur di impedire alle donne di tenere un comportamento, anche gli uomini ci rinunciano, quando sarebbe meglio per tutti la libera determinazione e basta? Mentre fa queste domande, l'Essere etereo bacchetta leggermente la sua controparte meridionale, la quale ci mette un millisecondo ad alzarsi, strappargli la bacchetta di mano e... riposa in pace, piccolo. 
La fedeltà non ha nulla di istintivo, secondo me, è però ancorata a un livello talmente profondo del nostro inconscio che siamo portati a credere sia connaturata all'uomo, e che ciò faccia di noi un animale sostanzialmente monogamo. Tale credenza è sbagliata: in realtà potremmo vivere benissimo anche se nel mondo non ci fosse alcuna relazione stabile e i bambini fossero cresciuti dalla comunità come figli di tutti. Tutti sappiamo però, che è indubbiamente più bello l'amore per una sola persona, è mille volte più piacevole rinunciare a un'occasione che tradire la fiducia di qualcuno verso cui senti un legame, che se pure non istintivo, è dentro di te da millenni.
Questo le troie lo sanno: non ho mai conosciuto una ragazza che non cerchi l'amore con tutta se stessa, anche se, mentre lo cerca, si concede a questo o a quell'altro. Le zoccole come serial killer dell'amore non esistono, sono una leggenda metropolitana: le zoccole sono solo ragazze che rimangono più fedeli a se stesse che a finte relazioni o alla visione che la società impone. Quando l'amore bussa alla porta, nessuno ci rinuncia. Tutto il resto è così, infinitamente, più piccolo. 

giovedì 26 giugno 2014

Chi non sa, insegna.

Il problema dell'Italia sono i giovani, apologeti del fascismo e cultori di una democrazia autarchica, che credono di saper già tutto perché si sono diplomati col massimo dei voti. L'allargamento della piazza non ha causato altro che impoverimento della cultura e della voglia di approfondire. Ormai siamo tutti così ignoranti che i più alti esponenti di questa categoria fanno la voce grossa, senza il ragionevole dubbio di poter venir smentiti.
E io, che parlo solo quando so, non ricevo neanche un mi piace su Facebook.

sabato 31 maggio 2014

Nascere ricchi

-Odio questa materia-

-Dai, non è così male!-

-Le ho odiate tutte, le materie di questa facoltà merdosa, e ogni volta è peggio-

-Perché, le materie di un'altra facoltà ti sarebbero piaciute di più?-

-Se fossi andato a Lettere non avrei neanche avuto bisogno di studiare-

-Qualsiasi cosa, se la devi studiare, non ti piace-

-Questo è vero. E poi già sarà difficile trovare un lavoro così, figuriamoci se avessi fatto un'altra scelta...-

-Anche andare a lavoro fa schifo, studia-

-Grazie papà, si vede proprio che hai seguito un corso speciale per motivare la gente-

sabato 26 aprile 2014

19 ragioni per cui "Museica" non piace ai vecchi appassionati di Capa

Tutte le storie d'amore adolescenziali prima o poi crollano: eravamo tanto innamorati, credevamo di essere fatti l'uno per l'altro, invece dovevamo solo aspettare di crescere un paio d'anni. È quello che è successo a me e a Caparezza: lui è diventato famoso, idolatrato da masse di giovani che crescono esponenzialmente di album in album; io dopo 10 lunghi anni di cuffiette nelle orecchie e strofe serrate urlate in macchina, a scuola, ai concerti, e dopo averlo perdonato per le sbavature dell'ultimo (fino a qualche giorno fa, ndr) lavoro targato Universal, ho ascoltato il neonato "Museica", sperando in una ripresa in cui non credevo sin dall'inizio. Ho sentito che era arrivata la fine sin dal primo brano. Caparezza, che si era sempre distinto per un impegno politico e sociale che sapeva tenersi perfettamente equidistante tra banale comizio e artifici retorici fini a se stessi, inizia: "In coda si chiedono cosa architetti di strano. Io, cosa architetto di strano? Boh, pensavo a Lucia Mondella nel letto che dice: Renzo, piano!" Dicevamo?
Ah sì, Caparezza. Quello che in una traccia del disco si fa introdurre da Vasco Rossi, quello che dice di essere politico perché ha il nome di Michele Santoro e il cognome di Gaetano Salvemini? Credevo di no, e invece è diventato questo. Capita di finire gli assi nella manica, bisogna avere la decenza di ammetterlo e ritirarsi; lui ha deciso di continuare sulla scia del disco precedente, ma sparando a zero su chi lo critica. Intendiamoci: lui rimane un genio e un bravissimo cantante, ma eliminare la politica e semplificare i testi gli toglie quello per cui noi vecchi appassionati lo amiamo. In questa recensione lo metterò a confronto, canzone per canzone, con quello che Caparezza è stato e dovrebbe essere. 

L'album prende le forme di una visita all'interno di un museo musicale in cui ogni canzone è ispirata a un quadro. 

Canzone all'entrata: oltre all'infelice battuta già citata, in 2 minuti riesce anche a inserire: "Se questa roba ti provoca dissenteria, tu dillo di pancia: sono abituato ai piedi in faccia, sono della bilancia" ho detto tutto.

Avrai ragione tu: questa è carina, molto carina. È il nuovo Caparezza: niente più rap ma musica multi-genere, voce ancora più nasale e più acuta. Canzone dedicata a tutti coloro che l'hanno criticato nella sua carriera. Avrei preferito dei riferimenti più sottili (comunisti, leghisti... le metafore non si usano più?) ma il commercializzarsi l'ha portato a sbandierare un po', ché non tutti riescono a capire testi complessi.  

Mica Van Gogh: se non la peggiore in carriera poco ci manca. Non è critica ironica, alla Capa, ma feroce, contro "l'uomo medio" attuale, che viene messo a paragone con Vincent Van Gogh. A dir poco banale, non lascia il segno neanche dal punto di vista musicale. "Girare con te è un po' come quando si gira soli": mh. 

Non me lo posso permettere: iper-mega-supercommerciale. La musica è accattivante, ma non c'entra nulla con quello a cui i fan storici sono abituati: vuole parlare della crisi (economica, morale, sociale) ripetendo alla noia la frase che dà nome alla canzone. La coreografia con i ballerini nel video è la ciliegina sulla torta dello sfascio. 

Figli d'arte: come lo immaginate voi il figlio di un artista famoso? Infelice e solo: questa canzone si fa portatrice di questo stereotipo in salsa melenso-rock. "Son figlio di un uomo che parla di pace nel mondo ma non mi ama" "E se cantassi dovrei subire a vita il confronto": saprei fare di meglio. 

Comunque dada: la mia preferita. Manifesto di un'arte (che speriamo torni presto) polemica e pungente. Trasmette un'energia incontenibile: "Scoppia la guerra, io me ne scappo: ma quale patria, io me ne sbatto! Tu mi imponi le divise, io me le strappo! Ho due bottiglie; tu combatti, io me le stappo. Disertore a vita, e me ne vanto; se foste come me non ci sarebbe guerra in atto. La cadenza e il passo sono demodé; io la sera me la spasso al Cabaret Voltaire!" . La strofa sulla guerra più bella che abbia mai sentito. 

Giotto beat: altra canzone molto bella, sia dal punto di vista musicale (somiglia un po' al reggae) che da quello testuale: "Siamo scaricabarile senza prospettive: Donkey Kong 8-bit. Servono accordi, chiamate Vladimir Horowitz prima che un pelato con il fez faccia un nuovo blitz" Caparezza chiede un futuro migliore, in cui poter sognare come si faceva negli anni '60 (con tanto di "ye ye ye ye" nel ritornello). "E non so nemmeno più da chi farmi governare, vedo circhi ma non vedo pane, dillo a Giovenale". Bello anche il teatrino finale con le coriste che chiedono "Dicci tu qual è la prospettiva", a cui Caparezza, saggiamente, non sa rispondere. 

Cover: un tributo alla musica con cui Michele Salvemini è cresciuto e si è formato. Lungo (!) e appassionante (?) gioco di citazioni tra copertine e titoli di album. 

China Town: canzonetta pop, sembra scritta da Mikimix (ascoltate "E la notte se ne va" e ve ne renderete conto). Parla dell'amore per la scrittura: litri di melassa. 

Canzone a metà: canta dell'incompiutezza con frasi tipo "Come quando non ti piace il fois gras: ne mangi solo metà", "lasci la squadra perché non sarai mai Maradona, non arrivi al traguardo: troppi crampi a metà della maratona". Esempi scontati e ripetizioni alla noia di opere d'arte non finite accompagnano una musica di cui non parlo per decenza. 

Teste di Modì: cita la truffa di Modigliani per dire che la sua musica vuole erodere le certezze. Si indigna con i finti esperti che "fissano una pietra e hanno la Stendhal" e con chi non ha rispetto per l'arte "siete come il chiasso della folla indelicata, che a Parigi tratta la Gioconda come Lady Gaga". L'insignificanza complessiva della canzone si manifesta nel ritornello: "io voglio essere così, come i ragazzi delle teste di Modì, prendermi gioco di ogni tua certezza, ma con leggerezza, come un colibrì".

Argenti Vive: Dante ha posto l'avversario e vicino di casa Filippo Argenti nel girone infernale dei violenti, ora tocca a quest'ultimo esprimere la propria. "Non è vero che la lingua ferisce più della spada, è una cazzata. Cosa pensi che tenga più a bada, rima baciata o mazza chiodata?", "il mondo non è dei poeti, il mondo è di noi prepotenti". "Tutti i grandi oratori sono stati fatti fuori da signori violenti e nerboruti". È un'amara riflessione sul fatto che la violenza domini la nostra società; azzeccata la scelta del metal, sbagliato il ritornello: quasi insostenibile.

Compro horror: anche Caparezza ha detto che siamo dipendenti dalla violenza sui media: chi non ha ancora fatto una canzone su questo argomento non si senta in ritardo. Una base così carina poteva essere usata per scopi più interessanti.

Kitaro: Cover della sigla di un cartone animato giapponese. "La tua vita è un mortorio come stare in hotel senza uscire mai, solo col wi-fi?" allora "Spalanca la porta di casa buttati nel frastuono. L'unica vera cura è non aver paura dell'uomo e non aver paura del coro". Fine parallelismo con un anime che probabilmente in Italia ha visto solo lui. 

Troppo politico: "Caparezza non mi piace perché è troppo politico, troppo politico, troppo politico, troppo politico." Applausi per Fibra, Fibra, Fibra, Fibra, Fibra con chili in più di presunzione radical chic: "Chi mi critica lo fa per partito preso". Non ho ancora capito perché si preoccupi così tanto di chi non lo capisce, non può semplicemente continuare a fare la propria musica?

Sfogati: "Ma quanto odio represso hai tu? Lo sputi in ogni commento su Itunes. Dai, che costanza! Eppure non sei Kafka, sei la sua blatta, sei Gregor Samsa" "Ti prego sfogati, sfogati con me, sfigato, sono qui per te". Invettiva irosa verso chi snobba senza capire e insulta senza saper fare di meglio. Blatta? Sfigato? Ho forse comprato l'album di un altro rapper a caso?

Fai da tela: L'autobiografismo continua, ne sentivamo davvero il bisogno? Io voglio ascoltare Caparezza, non Michele Salvemini. Pezzo noiosissimo con cui il cantante si lamenta di essere visto in maniera diversa da come vorrebbe. "La paranoia nelle sere mi ingoia" "Come se non meritassi ciò che ho, come se contassi per quante ciocche ho""Fai da tela e lascia che la gente ti dipinga come può, come vuole, come deve."  Ha dichiarato che è la sua canzone preferita di questo album. Non mi stupirei se lo scoprissi passato all'alcolismo, dati gli sbalzi di umore (dallo sputare su chi lo critica al piangerne quasi rassegnato) e la citazione di due alcolici, uno sorseggiato (il cognac) e uno il cui colore è paragonato all'umore (il nero di Troia). 

È tardi: Una volta gli argomenti venivano sviscerati attraverso un progressivo ed elettrizzante bombardamento di giochi di parole, adesso si elencano situazioni tipo saggio breve. Il messaggio della canzone è: non fermarti mai, anche se pensi che sia tardi, anche se pensi che non ce la farai; io a trent'anni non ero ancora nessuno.
"Scrivo un disco sull'arte con il rischio di imputtanarmi. Ora che posso farci, è troppo tardi": piccola ammissione di colpe da parte di Capa. Io capisco la depressione, capisco la voglia di rivalsa e di rinnovarsi un po', ma 19 tracce in 3 anni non sono un po' troppe per fare un disco di qualità? Io avrei aspettato un altro po', chi ti ama non si dimentica di te, Capa, e credo tu non abbia bisogno di soldi.

Canzone all'uscita: Anche Capa disegna il suo quadro, fatto di parole e di musica. È una traccia importante proprio perché ultima. Raccorda un po' tutto l'album e lascia l'ascoltatore sereno dopo le montagne russe di alti e bassi attraversati.

Per concludere questo lunghissimo post dico che, nonostante la maggior parte delle canzoni non mi siano piaciute, non me la sento di sconsigliare questo album. Sono affezionato alla persona e al cantante, e tutto sommato la musica è gradevole. Spero che Caparezza si ritrovi già dalla prossima volta (basterebbe lamentarsi di meno e godersi vita e pubblico). Consiglio l'ascolto di questo disco, ma soprattutto dei precedenti (il "Sogno eretico" no, per favore) che analizzerò in futuro, specie se questo post avrà successo. 

Buon ascolto a tutti.

martedì 1 aprile 2014

Essere o apparire?

Giudicare il valore di enti simili posti l'uno in prossimità dell'altro non è facile come capire qual è il diamante in una fila di escrementi. Basta notare come tra cinque persone che guardano una partita di pallone tra adolescenti quasi mai ce ne saranno due d'accordo nel designare lo stesso ragazzo come il più forte (le probabilità che ogni spettatore indichi un giocatore diverso aumentano all'aumentare del numero di parenti tra gli spettatori). Un altro esempio che si può fare è quello per cui la maggior parte delle persone tra due vini, l'uno migliore messo appositamente in una bottiglia di plastica, e l'altro peggiore messo in una bottiglia perfettamente agghindata per farlo sembrare buonissimo, definisce più buono quello con la bottiglia più bella. Questi comportamenti sono perfettamente razionali: è molto difficile comprendere il valore di qualcosa, e spesso ci si affida all'opinione altrui o a quello che l'apparenza sembra indicare. Le persone sicure di sé, quelle che hanno uno status economico o sociale e quelle molto belle sono avvantaggiate da questa legge e sono le compagnie più desiderate da tutti. Non è forse vero che stare accanto a una persona speciale rende un po' speciali anche noi? E se invece abbiamo degli amici sfigatelli, bruttini, o frequentiamo dei caproni maleducati, non si penserà che anche noi siamo così?
Io, per esempio, ci provavo sempre con la ragazza più bella della classe. E a seconda delle fluttuazioni della mia opinione su chi fosse la più bella, il mio irrefrenabile amore si trasferiva dall'una all'altra donzella come se stessi scrutando la Coppa Campioni e il trofeo dei Mondiali. Inoltre, avevo ed ho, una grossa tendenza a isolarmi, non volevo che il mio valore fosse confuso con quello degli altri: "in un gruppo è più facile essere visti, ma da soli è più facile essere notati" pensavo.
E poi c'era lui:
Malcolm, il protagonista della mia serie TV preferita. Un ragazzo geniale capitato in una famiglia di anormali: padre bambinone, madre (a dir poco) autoritaria, un fratello ribelle fino all'autolesionismo, uno stupido da non credere, e uno, più piccolo, usato come punchball. Malcolm invece era normale, o quasi; se non fosse stato che frequentava una classe per ragazzi brillanti in una scuola dove i secchioni venivano visti come bersagli mobili, e non si trovava bene neanche lì. In una puntata particolarmente significativa il preside aveva deciso di sciogliere la classe di Malcolm: tutti i secchioni erano disperati, adesso avrebbero preso le botte e si sarebbero dovuti abbassare al livello della gente comune; il mio idolo era invece indifferente, e durante l'episodio vedeva i suoi compagni di classe che, inaspettatamente, si amalgamavano agli altri: chi diventava metallaro, chi sportivo, chi bullo... finché Malcolm, solo, si trovava in mezzo al cortile della scuola, preso di mira da tutti.

Si può apparire in maniera assoluta, a prescindere dal lavoro del proprio padre o dalla figaggine dei propri amici? Lettori, 'sta volta vi tocca commentare.

mercoledì 19 febbraio 2014

Il piccolo eroe

C’era una volta un piccolo eroe: un piccolo eroe di quattro o cinque anni. Aveva gli occhi castani, le guance rosse rosse e i capelli biondo scuro, quasi castani. Accanto a lui c’era sua nonna, nonna Giuseppa, che a seconda del nipote assumeva un nome diverso: Peppa, Pina; per il nostro piccolo amico Peppina. Il suo caffè però non aveva goduto della stessa fortuna che era toccato alla ben più celebre omonima: forse per via del nome che rimaneva costantemente cangiante, forse perché non conteneva piume di pulcino.
Nonostante fosse stata complice del fattaccio la nonna era abbastanza tranquilla, in fondo non era successo niente. Il suo piccolo eroe era inoltre rimasto muto come chi sa cos’è l’onore. Unica traccia del reato, che altrimenti sarebbe rimasto insvelato: un’enorme bruciatura sulla coscia del piccolo, che somigliava lugubremente a una mortadella. Non ricordo ora quale fosse la coscia, forse la destra, fatto sta che per molto tempo quando giocavo a pallone l’interesse maggiore era rivolto alla mia gamba.
“Come te lo sei fatto?” mi chiedevano gli altri bambini.
“Col ferro da stiro”
Immaginavano forse me lo fossi applicato sulla gamba, a mo’ di tatuaggio, ma non era così. 

Per me era impossibile evitare di giocare foss’anche per un attimo. Se ancora oggi non riesco a vivere senza almeno 6-7 ore di cazzeggio giornaliero figuratevi cosa potessi essere a 5 anni. La maggior parte delle volte giocavo a casa della nonna, 2 stanze in tutto per 20 metri quadrati, col pallone. Facevo il calciatore e il portiere: prima tiravo la palla contro la porta della stanza da letto, poi mi mettevo spalle alla porta e me la lanciavo con le mani per tuffarmi in presa plastica. Il pomeriggio il nonno mi portava a giocare con altri bambini o giocava lui con me.
Quel giorno non avevo una palla, non so perché, e allora saltavo sul divano della nonna. Se ci fosse stata mia madre mi avrebbe sgridato, perché il suo bimbo perfetto non stava facendo l’adulto; ma mia nonna tollerava, e in fondo il divano era già abbastanza sgangherato perché non si rovinasse coi miei salti. 
Peppina stava stirando. Il principino si era stancato di saltare, e s’era acquietato: così lei aveva avuto la possibilità di posare il ferro da stiro sulla sedia che era accanto al divano.
Non so perché l’abbia fatto, di solito le assi da stiro hanno un ripiano per posare il ferro mentre ti riposi, no? Comunque, il ferro da stiro era lì, poggiato sulla sedia col fondo bollente rivolto al divano dove sedevo.Tutto tranquillo se non fosse che mi resi improvvisamente conto di non aver giocato abbastanza, mancava qualcosa per ultimare l’opera: un paio di capriole. Il ferro da stiro? Bah, era distante! (per la cronaca, era troppo distante per essere colpita anche quella terribile decorazione da camino che ho distrutto con una pallonata un paio di settimane fa, giusto perché non si gioca col pallone in casa).
Pronti, posizione… AAAAARGH!! Mentre volteggiavo sul divano la mia gamba nuda si era sfracellata proprio contro il ferro. In un baleno ero già lì che piangevo.

Mi chiedo come si vivesse quando non esistevano i cellulari e i telefoni di casa. Se uno si sentiva male, e non aveva vicini, all’ospedale ci arrivava morto? Per fortuna bastò portarmi in farmacia. 
Di fronte alla farmacista non emisi un gemito, nonostante mia nonna mi avesse toccato proprio lì per indicare quale fosse il problema. E niente, questa è la storia di un bambino che aveva un orgoglio più forte del dolore, che urla per un brufolo spremuto ma che resiste all’alcool sulle ferite. Questa è la storia di un ragazzo strano che rimarrà sempre bambino: Salvo, si chiama. 

martedì 7 gennaio 2014

Poverino...

-Mamma?-

-...-

-Mamma?

-...-

-Maaaaaaamma?-

-...-

-Maaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa...

-Che c'è?-

-Volevo chiederti una cosa-

-Dimmi-

-Ma tu tra Dio e Gesù chi preferisci?-

-Sono la stessa persona, Evaristo-

-Ma perché non me lo vuoi dire?-

-Non è che non te lo voglia dire è che davv...

-Eddai, dimmelo!-

-... Gesù-

-Perché?-

-Perché so com'è fatto in faccia-

-È per questo che lo Spirito Santo non piace mai a nessuno?-

-Esattamente-

Neanche questo mi riesce bene

Davvero io sono stupido, solo che non si nota perché gli altri lo sono di più.

martedì 10 dicembre 2013

Noi comunisti facciamo tutti finta

Tutti siamo d'accordo sul fatto che il mondo sia profondamente ingiusto. Poi c'è chi si accontenta che rimanga così per non rischiare di perdere quello che ha (destra), e chi vorrebbe cambiarlo (sinistra) perché non ha abbastanza.
Questa è la mia visione della politica. O almeno: secondo la mia interpretazione questo era una volta il significato delle parole destra e sinistra. E io mi collocavo dalla parte dei secondi, se tra i secondi sono mai esistiti quelli che, a prescindere dalle loro sostanze, stanno dalla parte dei deboli. 
Posso mai essere di destra io? Ma chi, io? Io che sacrificherei la mia vita per la fame in Africa? Ma che scherziamo? Io che odio la globalizzazione e insieme aspiro al comunismo globale, io che odio il denaro e ci sputo sopra perché per fortuna non me ne è mai mancato? È inevitabile che io sia di sinistra. Io rinuncerei al mio pc, al mio cellulare, alla possibilità di viaggiare, se in cambio tutti quanti potessero avere un proprio pc, cellulare e viaggio, seppur rudimentali. Peccato che la sinistra non si batta perché tutti abbiano un pc, ma perché ci liberiamo dalla condizione di schiavitù in cui la tecnologia ci costringe. Davvero, se la sinistra si battesse perché tutti avessero tutto, io sarei il primo: quanto sarebbe bello aver tutti la corrente elettrica, il riscaldamento a casa, ettolitri d'acqua purissima da sprecare e possibilità d'inquinare infinita? La sinistra però si è sempre caratterizzata per il fatto che tutti devono avere tutto, ma meno di prima. Certo, se le risorse rimangono le stesse, e si deve dividere anche con chi non ha nulla, è inevitabile impoverirsi. Per aumentare le risorse sarebbe necessario un governo tecnico globale, un megacomputer che ordinasse di produrre tutto il riso in Cina e gli orologi in Svizzera, e la pizza a Napoli, ma mi pare un disegno più improbabile dell'anarchia interplanetaria; per cui lo abbandono. Ho pensato che sia il passaggio dall'età giovanile a quella adulta che trasforma le persone di sinistra in persone di destra: pensate a Veltroni, D'alema, ecc... pensate al partito comunista che è diventato PD, pensate a Giorgio Napolitano, che io davvero non ci credo che nella sua vita abbia mai potuto definirsi di sinistra, nemmanco per un giorno. Ma poi mi viene in mente che i comunisti più estremi sono sempre stati i più grossi approfittatori, a partire da Marx che campava sulle spalle del povero Engels. E mi viene da dire che il comunismo non esiste: non nel mondo occidentale, non dove c'è ricchezza. La sinistra extraparlamentare è tale non perché non sia capace di attrarre un pubblico che potenzialmente esiste, ma perché i suoi contenuti si sono svuotati: quasi tutti riusciamo a mangiare senza dover scendere in piazza, senza rischiare le cannonate di Bava-Beccaris. Poi penso a Che Guevara, a Thomas Sankara, e a tutti quelli che, se non fossero stati fermati, avrebbero fatto entrare il progresso dalla porta principale in questo mondo malato, e mi viene da urlare: capitale merda!
Ma mi rendo conto di far finta, e ne soffro terribilmente.

martedì 15 ottobre 2013

Il campione ed il cappone

Io adoro drogarmi. 
Mi piace tanto fissarmi con una cosa fino allo sfinimento, più di quanto sia sano immaginare, e poi, all'improvviso, stancarmene o prenderla in odio. Probabilmente scrivere è una di queste, ma mi piace particolarmente, per cui ogni tanto riesco a riprenderla e a fissarmici di nuovo; non è andata altrettanto bene alle carte di Yu-gi-oh, ma poco male. 
Adesso è il turno degli scacchi. Gli scacchi mi son piaciuti sin da piccolo, ho sempre desiderato diventare bravo, ma avevo un enorme ostacolo che mi impediva di diventare un vero drogato, un'ancora per la mia salute: mio padre. Mio padre è un mezzo campione di qualsiasi cosa, un uomo talmente intelligente da far impallidire tutti tranne mia madre, ed è particolarmente abile a scacchi. Mi ricordo una coppa messa in cima al mobile, a casa di mia nonna, 20 metri quadrati con tre sole stanze bagno compreso. Quel trofeo mi rendeva orgoglioso del mio idolo/modello/genitore, ma contemporaneamente mi rendeva un po' invidioso. Quasi tutte le cose buone che ho fatto in vita mia le ho fatte per invidia, dominato dal pensiero: che cazzo avrebbe quel tizio per essere migliore di me? 
E il piccolo Salvo nutriva già un desiderio di vendetta troppo violento per dimenticarsi dell'esistenza degli scacchi: un gioco che dimostra con certezza infallibile chi è il più intelligente! Il suo gioco!

Non mi ricordo assolutamente chi mi abbia insegnato, per quanto mi sforzi. Mi ricordo solo che perdevo con mio cugino più grande e dopo un po' ho dovuto insegnare a mio fratello per rifarmi. 
Ma mio fratello non poteva essere l'avversario giusto, troppo piccolo e impulsivo per rappresentare una valvola di sfogo, e mi rendevo conto che anche mio cugino, che mi sovrastava grazie all'età, non sarebbe durato molto come rivale. Per cui iniziai a giocare con lui, il campione: l'uomo freddo che gioca come un computer e che non ha pietà dei bimbetti ambiziosi. Non mi piace perdere: ma vedere quel dispiego di abilità tattiche in una scacchiera mi rendeva orgoglioso di riuscire a resistere per un po'. Per tenere in equilibrio l'autostima cominciai a battere i miei compagni di classe, i loro genitori e qualunque altro stupidotto fosse disposto a giocare con me senza immaginare che avrebbe perso. Dopo ognuna di queste esibizioni, gonfio come un cappone, andavo a sfidare mio padre certo che stavolta avrei potuto batterlo. Sapete tutti che fine fanno i capponi.
Per cui, ferito, abbandonai questo magnifico sport sperando che mio padre invecchiasse e si rincoglionisse presto. In totale, su decine di partite (ma avrebbero potuto anche essere centinaia) non l'ho battuto più di cinque volte, solo grazie a suoi madornali errori. 
Poi, il trasferimento a Roma e il compagno di stanza che porta una scacchiera, poverino. 
In una settimana ho battuto tutti i miei sfidanti e ho divorato ore di video riguardanti le partite più famose della storia, ho fatto esercizi sui matti e ho giocato contro il mio cellulare a livello massimo lottando come un leone. Mi sento forte, ma voglio diventarlo ancora di più, voglio scacciare senza se e senza ma il vecchio re dal suo trono e usurparlo. 

Povero illuso - dirà lui leccandosi i baffi dopo aver mangiato anche l'ultimo briciolo delle mie povere carni pennute.  

giovedì 12 settembre 2013

Ecco perché Fabri Fibra è un mito

Da quando si è dato al commerciale io lo stimo veramente tanto. Come rapper non era un granché, e forse lo ha capito, ma come imprenditore della sua immagine io lo trovo fenomenale. Fabri Fibra è senza dubbio un venduto: come tanti altri, a un certo punto ha deciso di fare musica facile e di massa per guadagnare soldi e visibilità. Ma, se da artista "impegnato" non  valeva un'unghia di gente che ha veramente qualcosa da dire, da showman ha pochi rivali. Le sue canzoni sono orecchiabili e travolgenti, e sfrutta la sua bella presenza nella maniera più opportuna. Ma la cosa che più di tutte mi rende entusiasta di questo soggetto, è che è consapevole del suo fare schifo e lo urla al mondo. Ne va fiero, e prende in giro tutti quelli che lo ascoltano sul serio, che non capiscono che la sua arte è di plastica, i suoi contenuti roba di quarta mano: non c'è una sola canzone che non dimostri questa sua consapevolezza.  Non è uno di quei rapper fighetti che se la prendono per ogni insulto e fanno la voce grossa, atteggiandosi da gangster; Fabrizio è uno che ride di se stesso e se la ride delle sue vittime: quelli che lo ascoltano e quelli che lo insultano giudicandolo per quello che non è.  Fabri Fibra merita i soldi che guadagna, perché ha coraggio, è divertente, ed è bravo in  quello che fa.
O almeno, io la penso così.