domenica 13 maggio 2012

Come ho imparato a comprare il gelato

A me non piaceva fare le cose da solo.
Non solo perché ero pigro, sfruttatore ed egoista sin dal momento in cui ho mosso il primo respiro, ma anche perché ero terrorizzato da qualsiasi cosa.
Avevo paura della mia ombra, del buio, del cavallo a dondolo, del trenino che si muoveva da solo, dell'abbandono, della marionetta che stava appesa di fronte al mio letto; avevo più paura di più di tutto quello di cui ha più paura un bambino. E vani erano gli sforzi dei miei genitori che mi avevano fatto vedere che l'ombra era solo una proeizione del mio corpo, che la marionetta era solo uno stupido pupazzo, che i giocattoli sono divertenti e che loro, a costo della vita, non mi avrebbero mai fatto accadere nulla di pericoloso: io sconfiggevo le vecchie paure e me ne creavo di nuove. E siccome le cose di cui avere paura cominciavano a scarseggiare, me ne trovai una particolarmente grossa, così che durasse abbastanza: la paura del giudizio delle persone.
Ogni luogo ribolliva di sconosciuti, e io non avevo alcuna intenzione di porgermi al loro sporco gioco, nessuno mi avrebbe visto, nessuno avrebbe saputo della mia esistenza, nessuno mi avrebbe giudicato stupido perché avevo paure delle persone. Mi ricordo che correvo a nascondermi dietro le gambe di mia madre tutte le volte che qualcuno diceva "oh ma che bel bambino!" "come ti chiami?" "che dolce!", mi aggrappavo con tutte le forze alle sue gambe e non guardavo nessuno, pregavo solo che finisse presto. Così come quando mia nonna faceva delle visite e doveva portarmi per forza o le riceveva, mi appallottolavo in un angolo sperando di non essere visto.
A me piaceva rimanere in macchina. Il gelato me lo portavano in macchina, e se andavano a sbrigare una faccenda io abbassavo la sicura e mi mettevo a guardare il vuoto, un po' più in alto dell'orizzonte. Potevo stare delle ore fermo in quella posizione, in qualsiasi occasione, cosa che fa ancora oggi credere a tutti i miei familiari che io sia particolarmente intelligente o profondo, e agli estranei che io fossi molto molto educato, ma in realtà assumevo solo la posizione del riccio davanti al predatore.  
Allora mia madre si era messa in testa di farmi passare questa paura. Sappiate che quando mia madre si mette in testa una cosa, è impossibile fuggire, ignorarla, o contraddirla: bisogna obbedire.
Un giorno qualsiasi, avrò avuto 6 anni, forse 7, mi porge diecimila lire e mi dice: "vai a comprare il gelato, io lo voglio zuppa inglese e caffè".
Sono sbiancato.
-Non lo voglio- ho risposto, cercando l'espressione più pietosa possibile.
-Non importa, lo voglio io-
-Allora compratelo da sola-
-Devo lavorare, non posso lasciare il negozio. Dai Salvo, vuoi farmi scontenta?-
-Uffa, ma io non lo voglio. Non è giusto-
-Devi solo andare dritto da qui a quell'insegna, dai è facile-
Un condannato che guarda il boia avrebbe avuto una faccia meno tagliente della mia, ma nonostante tutto ho preso le diecimila lire e sono partito. Lungo la strada tremavo tutto, non sapevo che dire e di sicuro, se avessi avuto il coraggio di entrare, avrei balbettato.
Andò molto peggio del previsto: entrai, mi misi davanti al bancone, e cominciai a fissare i gelati come avrei fissato il vuoto in un altra situazione. La ragazza dietro al bancone non parlò, non saprò mai se mi aveva visto e stava aspettando che parlassi, o se fossi troppo basso per essere notato, penso la seconda comunque: tornai indietro e alla vista di mia madre mi misi a piangere.
-Che è successo?-
-Non mi hanno vistoooo-
-Dai, dai, calmati. Non fa niente, Salvo, in fondo non lo volevo il gelato- mia madre, quando vuole farti venire i sensi di colpa, è una maestra.
-Noo, ma tu lo voleviii ... e pure io lo volevoo ... ma se la ragazza non mi ha visto non è colpa mia, daiiiiii, vacci tu-
Secondo voi chi ci è tornato?

3 commenti:

I commenti offensivi e lo spam verranno cestinati